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domenica 10 ottobre 2010

La sofferenza dei figli di Dio


Il problema della sofferenza nei figli di Dio

Malgrado il trionfalismo dilagante nelle teologie moderne, che prende sempre più piede, i cristiani continuano a soffrire e spesso a mettere da parte la visione di prospettive più che ottimistiche sul loro futuro terreno come Figli di Dio.
E' possibile che si raggiunga un punto nel quale non ti si possa più toccare. E' un punto dove niente e nessuno può consolarti!
Geremia scrive: "...Si è udita una voce a Rama, un lamento, un pianto amaro: Rachele piange i suoi figli; lei rifiuta di essere consolata dei suoi figli, perché non sono più" (Geremia 31:15).
Nel periodo che Geremia scriveva ciò, Israele veniva portato in cattività dagli Assiri. Le loro case erano state bruciate e distrutte e tutti i loro vigneti devastati. Gerusalemme fu ridotta in un cumulo di pietrisco. Tutt'intorno a loro si vedevano solo rovine e desolazione. Così Geremia usò Rachele, l'ava d'Israele, come una figura che piange, distrutta nel vedere che le portano via i suoi figli e niente può consolarla.
In effetti, Geremia stava dicendo che quegli Israeliti afflitti si erano accomodati nel loro dolore, e non potevano essere più consolati! Geremia non li poteva confortare; non si otteneva niente nemmeno parlando loro. Secondo loro, Dio aveva permesso alla cattività di sorprenderli, e perciò avevano il diritto di essere amareggiati con lui!
Eppure, è qui il pericolo: quando conserviamo dentro di noi le nostre questioni e le lamentele per troppo tempo, si trasformano in irritazione. Poi la nostra irritazione si trasforma in amarezza. E, alla fine, la nostra amarezza si trasforma in rabbia. A questo punto, non ascoltiamo più il rimprovero. La parola di Dio non ci tocca più. E nessuno, nessun amico, pastore o coniuge, può raggiungerci. Escludiamo così tutte le maniere con le quali lo Spirito Santo possa persuaderci!



Per Coloro Che Ammettono di Essere Vicini o Di Aver Perfino
  Superato il Punto di Rifiutare di Essere Consolati
C'è Una Buona Notizia!

La parola di Dio dice che c'è speranza! "Così parla il Signore: Trattieni la tua voce dal piangere, i tuoi occhi dal versare lacrime; poiché l'opera tua sarà ricompensata, dice il Signore" (Geremia 31:16). In altre parole: "Non piangere più, non ti lamentare più. Io sto per premiarti per la tua fedeltà!"
"Perciò, fratelli miei carissimi, state saldi, incrollabili, sempre abbondanti nell'opera del Signore, sapendo che la vostra fatica non è vana nel Signore" (1 Corinzi 15:58)
Miei cari, il vostro pianto e le vostre preghiere non sono state vane! Tutto il tuo dolore e tutte le tue lacrime sono state per un proposito.
Dio ti sta dicendo: "Tu pensi che sia tutto finito. Vedi solo le circostanze: fallimento, rovina, nessun risultato. Perciò dici: ‘È la fine.’ Ma io ti dico che è il principio! Vedo la ricompensa che sto per versare su di te. Ho cose buone in mente per te, cose meravigliose. Perciò, non piangere più!"
Lui ha in mente solo cose buone per te, perché "...ricompensa tutti quelli che lo cercano" (Ebrei 11:6).

«Benedetto sia il Dio e Padre nel nostro Signore Gesù Cristo, il Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra afflizione, affinché, mediante la consolazione con la quale siamo noi stessi da Dio consolati, possiamo consolare quelli che si trovano in qualunque afflizione» (2 Corinzi 1:3,4).

LA PAURA DI SENTIRSI PERPLESSI NEI CONFRONTI DI DIO



Noi siamo tribolati in ogni maniera, ma non ridotti all’estremo; perplessi, ma  non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; atterrati, ma non uccisi (2 Corinzi 4:8-9).

Secondo il dizionario Nuovo Zingarelli, perplesso significa: incerto, titubante, irresoluto, (o indeciso).
Il grande apostolo Paolo, quindi, in un certo momento della sua esistenza si è sentito incerto, insicuro nei confronti di Dio. Non era facile neanche per lui capire perché il Signore permettesse certe situazioni nella sua vita (cfer. 2 Corinzi 11:22-29), perché non rispondesse alle sue preghiere (cfr. 2 Corinzi 12:8), perché lasciasse il male trionfare, perché non manifestasse tutta quella pietà e misericordia di cui dice di avere pieno il cuore nei confronti dell’uomo. Sente così il bisogno di esprimere quel suo stato d’animo, nel versetto sopra citato, anche se non ci comunica tanti di quei dettagli che lo hanno portato a percepire quel sentimento.
 
Anche Gesù, la persona più vicina al cuore di Dio, ma nello stesso tempo simile alla natura dell’uomo e quindi capace di comprenderne le reazioni, di fronte alla croce si sente “oppresso da tristezza mortale e chiede al Padre di liberarlo da quella morte terribile: “Abbà, Padre! Ogni cosa ti è possibile; allontana da me questo calice! (Marco 14:36). Nell’uomo Gesù c’è il rifiuto per quello che dovrà accadergli di lì a poco; in Lui si è scatenato un conflitto talmente forte tra il desiderio di servire Dio e l’inaccettabilità umana del suo piano, da portarlo a sudare gocce di sangue.
Sulla croce poi griderà: “Padre, perché mi hai abbandonato?  Cioè, Padre perché hai permesso questa sofferenza nella mia vita? Perché non mi hai protetto? Perché hai permesso al maligno di arrivare fino a tanto? Perché non hai avuto compassione della mia condizione? Era perplesso e lo ha espresso.

La Bibbia non ci nasconde queste realtà, non ci mostra un Gesù che canta inni di lode nel momento della sua massima sofferenza, o che dice come Giobbe: “Ho accettato il bene dalla mano di Dio, e rifiuterò di accettare il male? (Giobbe 2:10), manifestando così una fede spettacolare, inamovibile, inattaccabile e a prova di qualsiasi tribolazione, ma ci presenta un Gesù umano che dice parole che avremmo detto anche noi, un Gesù perplesso, che si interroga, che percepisce un Dio quasi assente  di fronte a  quanto sta subendo, un Gesù talmente simile a noi da poterci identificare in Lui e da sentirlo più che mai  vicino, percependolo come uno di noi.
E se Gesù ha avuto la libertà di esprimere ciò che opprimeva il suo cuore in quei momenti terribili, non potremmo farlo anche noi? Perché dovremmo confinare tutto nell’inconscio e tappare con un pesante coperchio i nostri sentimenti? Perché dovremmo fingere o metterci una maschera di spiritualità? Perché non potremmo essere noi stessi?
 
Perché non potremmo gridare a Dio la nostra amarezza e delusione?



Davide, l’uomo che il Signore si era cercato secondo il suo cuore (cfr. 1 Samuele 13:14), che era stato scelto per rappresentare nel migliore dei modi Dio nell’esercizio del suo potere nei confronti del suo popolo e che era nel centro del proponimento dell’Eterno, ha espresso in diversi suoi salmi l’amarezza della sua anima e la profonda delusione per l’atteggiamento indifferente e insensibile del suo Padre celeste.
Passiamo in rassegna alcuni dei suoi salmi:
Fino a quando, o Signore, mi dimenticherai? Sarà forse per sempre? Fino a quando mi nasconderai il tuo volto? Fino a quando avrò l’ansia nell’anima e l’affanno nel cuore tutto il giorno? Fino a quando s’innalzerà il nemico su di me? Guarda, rispondimi, o Signore, mio Dio! (Salmo 13:1-3).

Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Te ne stai lontano, senza soccorrermi, senza dare ascolto alle parole del mio gemito! Dio mio, io grido di giorno, ma tu non rispondi, e anche di notte, senza interruzione(Salmo 22:1-2).

Porgi l’orecchio alla mia preghiera, o Dio, non essere insensibile alla mia supplica. Dammi ascolto, e rispondimi; mi lamento senza posa e gemo, per la voce del nemico, per l’oppressione dell’empio; poiché riversano iniquità su di me e mi perseguitano con furorePaura e tremito m’invadono, e sono preso dal panico; e io dico: Oh, avessi ali come di colomba, per volar via e trovare riposo! Ecco, fuggirei lontano, andrei ad abitare nel deserto; m’affretterei a ripararmi dal vento  impetuoso e dalla tempestaLa sera, la mattina e a mezzogiorno mi lamenterò e gemerò, ed egli udrà la mia voce (Salmo 55:1-3,5-8,17).

Salvami, o Dio, perché  e acque mi sono penetrate fino all’anima. Sprofondo in un pantano senza trovar sostegno; sono scivolato in acque profonde, e la corrente mi travolge. Sono stanco di gridare, la mia gola è riarsa; i miei occhi si spengono nell’attesa del mio Dio(Salmo 69:1-3).

Davide  si è sentito dimenticato da Dio e lo ha percepito insensibile di fronte alle sue suppliche, non ha compreso la ragione di questa sua durezza imprevedibile e impensabile, che ha scosso le sue certezze e la sua fede, in netto contrasto con quanto Lui dice di se stesso nelle Sacre Scritture e del tutto sorprendente, considerando il suo atteggiamento di fedeltà e ubbidienza alle leggi divine.
I suoi salmi possono essere di consolazione per chi sta vivendo situazioni similari, per chi si sente bersagliato da Dio senza una ragione logica, per chi lo percepisce quasi come un nemico e non più un Padre amante e tenero come aveva sperimentato nel passato, per chi non riceve risposta alle sue suppliche e alle sue lacrime e si trova, così, ad affrontare la realtà impensabile di un Dio insensibile, duro, privo di una pur semplice parvenza di misericordia e quasi spietato.
Ma questa consolazione, che deriva dal non sentirsi delle bestie rare per quanto ci sta succedendo e dalla vittoria che comunque Davide  ha sperimentato alla fine delle loro tribolazioni, è resa possibile solo perché questi personaggi hanno avuto la libertà di esprimere la realtà del loro cuore, senza paura e senza ipocrisia.
  

Perché, allora, dovremmo noi mascherarci da “super-spirituali” e negare l’amarezza e la delusione presenti in noi? Perché dovremmo temere di vedere certi sentimenti creatisi in noi in seguito a situazioni drammatiche o, comunque, pesanti da sopportare? Perché dovremmo farci vedere sempre sorridenti e incrollabili nella fede in Dio, malgrado le vicissitudini che stiamo affrontando? Perché non potremmo esprimere la nostra difficoltà  nel vedere l’amore del Signore per noi, di cui tanto abbiamo bisogno, nelle circostanze dolorose che Lui sta permettendo nella nostra vita?
La bibbia ci presenta altri casi analoghi:
Allora Giobbe aprì la bocca e maledisse il giorno della sua nascita. E cominciò a parlare così: Perisca il giorno che io nacqui e la notte in cui si disse: E’ stato concepito un maschio! Quel giorno si converta in tenebre, non se ne curi Dio dall’alto, né splenda su di esso la luce!… Perché non morii fin dal seno di mia madre? Perché non spirai appena uscito dal suo grembo? Perché trovai delle ginocchia per ricevermi e delle mammelle da poppare? Ora giacerei tranquillo, dormirei, e avrei così riposo…Perché dare la luce all’infelice e la vita a chi ha l’anima nell’amarezza?…Perché dar vita a un uomo la cui vita è oscura, e che Dio ha stretto in un cerchio? Io sospiro anche quando prendo il mio cibo, e i miei gemiti si spargono come acqua…Non trovo  riposo, né tranquillità, né pace, il  tormento è continuo! (Giobbe 3:1-4,11-13,20,23-24,26).

Io sono l’uomo (Geremia) che ha visto l’afflizione sotto la verga del suo furore. Egli (il Signore) mi ha condotto, mi ha fatto camminare nelle tenebre e non nella luce. Sì, contro di me volge la sua mano tutto il giorno. Egli ha consumato la mia carne e la mia pelle, ha spezzato le mie ossa…Mi ha circondato di un muro, perché non esca; mi ha caricato di pesanti catene. Anche quando grido e chiamo aiuto, egli chiude l’accesso alla mia preghiera…Mi ha squarciato, mi ha reso desolato…Egli mi ha saziato di amarezza…Tu mi hai allontanato dalla pace, io ho dimenticato il benessere. Io ho detto: E’ sparita la mia fiducia, non ho più speranza nel Signore!(Lamentazioni 3:1-4,7-8,11,15,17-18).


La Bibbia non ci tiene nascoste le reazioni in netto contrasto con il piano di Dio di questi personaggi, che sono delle colonne portanti nella storia del popolo eletto, e ce le trasmette perché ne prendiamo coscienza e le consideriamo come una realtà possibile nel cammino di ogni singolo cristiano. La porta dell’accettazione della volontà di Dio è stretta e può portarci a reagire con violenza e disperazione di fronte a situazioni che la nostra ragione rifiuta, primo perché non vuole pensare che possano provenire da un Padre amante, non volendo affrontare in questo modo la cocente delusione che ne conseguirebbe, e secondo perché non vuole credere che la sofferenza sia parte integrante della nostra vita in Cristo, un mezzo che Dio utilizza in continuazione per insegnarci le Sue verità.

Giobbe, che aveva solo sentito parlare di Dio, ha potuto dire di averlo visto (cfr. Giobbe 42:5), cioè conosciuto profondamente, solamente dopo essere stato oggetto di prove tremende: la perdita dei figli, delle sue proprietà e della salute fisica. Tutto questo lo aveva fatto affondare in una cupa depressione, determinata dalla sorpresa di percepire un Dio persecutore e non più protettore, dalla solitudine dovuta all’incomprensione di chi lo circondava e dalla sofferenza fisica torturatrice nella sua continuità, giorno dopo giorno. Questa situazione lo aveva riempito di amarezza e lo sfogo violento che ne è seguito non è altro che la sua logica conseguenza.

La Bibbia, però, non ci presenta un Dio adirato con questi suoi figlioli perché hanno osato esprimere un rifiuto e altrettanta rabbia per quello che Lui stava permettendo nella loro vita, né una condanna esplicita e inderogabile. Non descrive la delusione di Dio perché i suoi figlioli non hanno compreso e apprezzato i suoi sforzi per renderli partecipi delle ricchezze del Cielo, ma ci vuol dire di non avere paura di fare la stessa cosa, cioè di cadere nelle stesse reazioni, perché sono alquanto normali e del tutto comprensibili in un essere umano sottoposto a disciplina.
Dio non ha abbandonato questi suoi figli, ma è intervenuto, nel momento da Lui  ritenuto opportuno, per risollevarli e aiutarli a riprendere il cammino.  
E così farà anche con noi, non dubitiamo!
  

Le prove della vita non sono casuali perché «... non è volentieri che egli umilia e affligge i figli dell’uomo» (Lamentazioni 3:33). Quando permette che sperimentiamo il dolore e affrontiamo gli ostacoli «… lo fa per il nostro bene, affinché siamo partecipi della sua santità» (Ebrei 12:10).
Se con fede accettiamo quella prova che oggi ci sembra così dura e insopportabile, essa si trasformerà in una benedizione. Gli eventi negativi che offuscano la felicità terrena ci inducono a rivolgere il nostro sguardo verso il cielo. Quanti non avrebbero mai conosciuto Gesù se la sofferenza non li avesse indotti a cercare conforto in lui.
Le prove della vita sono uno dei mezzi di cui Dio si serve per purificare e migliorare il nostro carattere. Le fasi di taglio, smussatura, cesellatura, levigatura e lucidatura sono difficili, è duro essere frantumati. Ma soltanto così una pietra può essere preparata per il tempio del Signore. Il Maestro non offre la sua attenzione e la sua cura a materiali scadenti, ma solo a pietre preziose degne di essere usate per il suo tempio.
Il Signore si impegnerà in favore di coloro che ripongono la loro fiducia in lui. Quando «Davide saliva sul monte degli Ulivi; saliva piangendo e camminava con il capo coperto, a piedi scalzi…» (2 Samuele 15:30) il Signore lo accompagnava con il suo sguardo pieno di compassione.

CONCLUSIONE



A ciascuno piace vivere secondo le regole del mondo e le cose che fanno i molti: vivere una vita tranquilla, con soli svaghi e divertimenti. Una vita cristiana regolata in questo senso, non è conforme all'insegnamento di Gesù Cristo: questa è proprio la via larga!
Gesù dice che bisogna imboccare la via stretta. E la via stretta è Lui stesso, che dopo tre anni di ministero terreno si è trovato attorniato soltanto da poche donne ed un esiguo gruppo di discepoli. "Io sono la via" e per molta gente non torna troppo a loro comodo seguire Colui che è la via che l'ha fatto essere l'uomo di dolori, vilipeso e sputato, coronato di spine e fatto morire su una croce. Ancora un giorno Egli così si espresse: "Gli uccelli del cielo hanno i loro nidi, le volpi hanno le loro tane, ma il figliuolo dell'uomo non ha neanche una pietra su cui posare il capo". Essere discepolo di Gesù significa vivere e "camminare come Egli camminò". Domandiamolo a tutte le genti della terra se siano disposte ad accettare con allegrezza questo insegnamento.
Se a tutti piace passare per la porta larga, dove non sono previste difficoltà, Gesù viene a capovolgere i nostri pensieri e ci dice di entrare per la porta stretta e camminare per la via angusta. È la via della fede secondo cui l'uomo non può più seguire la propria volontà egoistica ma segue il Signore ubbidendoGli in ogni cosa. È la via stretta dell'osservanza dei precetti evangelici, del lasciare tutto e diventare "ultimo" per amore dei fratelli.
Ricordiamoci però che il Regno dei cieli non è una conquista fatta da carne e sangue, ma un dono della grazia di Dio. Pertanto continua sarà la nostra preghiera a Dio affinché ci sostenga nel nostro cammino con Lui.Permetti allo Spirito di Dio di guarirti da ogni amarezza, ira, rabbia, prima che queste cose possano distruggerti! Forse vedi solo rovine nella tua vita, ma Lui vede la restaurazione! Lascia che ti ristabilisca dalla desolazione intorno a te.

«Beato l’uomo che Dio corregge! Tu non disprezzare la lezione dell’Onnipotente; perché egli fa la piaga, ma poi la fascia; egli ferisce, ma le sue mani guariscono. In sei sciagure egli sarà il tuo liberatore, e in sette, il male non ti toccherà» (Giobbe 5:17-19).
"Infatti voi tutti che siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo." (Galati 3:27)

Sii come Gesù! 

  
 

"Poiché a voi è stato dato, rispetto a Cristo, non soltanto di credere in lui, ma anche di soffrire per lui." 
(Filippesi 1:29)
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