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cuore
Le emozioni sono stati mentali e fisiologici associati a stimoli interni o esterni, naturali o appresi. Con il termine sentimento (derivato dal latino sentire, percepire con i sensi) si intende una condizione affettiva che dura più a lungo delle emozioni e che ha una minore incisività rispetto alle passioni. Per sentimento genericamente si indica ogni forma di affetto: sia quella soggettiva, cioè riguardante l'interiorità della propria individuale affettività, sia quella rivolta al mondo esterno. ( Tratto da Wikipedia).
Dalla Parola del Signore non riceviamo l’invito a reprimere le nostre emozioni e i nostri sentimenti, ma piuttosto a gestirli in modo tale da rivelare che il nostro cuore non è più “insanabilinente maligno”, perché in Cristo è stato rinnovato e trasformato. Cristo stesso, come uomo, ha provato emozioni e sentimenti: guardare al suo esempio ci sarà di grande aiuto.
Il discorso sui sentimenti e sulle emozioni è molto più profondo di quanto si creda, soprattutto per un credente. Egli infatti vive in una doppia sfera esistenziale: sia terrena che spirituale, e quasi sempre queste due sfere sono in opposizione fra loro, “perché la carne ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; sono cose opposte tra di loro; in modo che non potete fare quello che vorreste” (Galati 5:17).
Vorrei perciò ampliare un po’ il discorso tentando di dare alcune indicazioni per comprendere il valore delle emozioni e dei sentimenti e per capire l’importanza di imparare a gestirli, per un corretto equilibrio spirituale e psichico.

Il cuore dell’uomo

cuore maligno
La Bibbia parla molto del cuore dell’uomo, presentandolo spesso nella sua luce negativa.
Vediamo alcuni esempi dall’Antico e dal Nuovo Testamento.
  •  “Il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che il loro cuore concepiva soltanto disegni malvagi in ogni tempo” (Genesi 6:5).
  •  “Il cuore dell’uomo concepisce disegni malvagi fin dall’adolescenza” (Genesi 8:21).
  •  “Non andrete vagando dietro ai desideri del vostro cuore e dei vostri occhi che vi trascinano all’infedeltà” (Numeri 15:39b).
  •  “Sono duri di cuore a causa delle loro ricchezze, la loro bocca parla con arroganza” (Salmo 17:10).
  •  “Gli empi e i malfattori… parlano di pace con il prossimo, ma hanno la malizia nel cuore” (Salmo 28:3).
  •  “Il cuore dei figli degli uomini è pieno di malvagità e hanno la follia nel cuore mentre vivono” (Ecclesiaste 9:3).
  •  “Il cuore è ingannevole più di ogni altra cosa, e insanabilmente maligno” (Geremia 17:9).
  •  “E’ dal di dentro, dal cuore degli uomini, che escono cattivi pensieri, fornicazioni, furti, omicidi, adultèri, cupidigie, malvagità, frode, lascivia, sguardo maligno, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive escono dal di dentro e contaminano l’uomo” (Marco 7:21-13).
In senso generale, quando la Scrittura parla del cuore dell’uomo, intende parlare della sua interiorità, di ciò che motiva le sue scelte e le sue azioni.
In questa prospettiva, il cuore dell’uomo è la base della sua personalità e della sua identità psichica e spirituale.
La visione pessimistica del cuore umano è dovuta al peccato che ha contaminato anche i nostri processi mentali, facendoci desiderare ciò che non onora Dio, ciò che è “inimicizia verso Dio” (Giacomo 4:4).
Dalla Parola di Dio possiamo perciò comprendere l’importanza di essere rinnovati da Cristo nella profondità della nostra mente: “siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente” (Romani 12:2).
In un altro passo viene fatta un’affermazione sconvolgente per il suo profondo significato, che testimonia la potente trasformazione operata dallo Spirito nel credente che si lascia plasmare dall’opera di Dio con umiltà e perseveranza: “noi abbiamo la mente di Cristo” (1 Corinzi 2:16b).
Il profeta Ezechiele aveva gia riportato le parole del Signore, che esprimono molto bene questo concetto: “Vi darò un cuore nuovo e metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò dal vostro corpo il cuore di pietra, e vi darò un cuore di carne” (Ezechiele 36:26).
E’ perciò alla luce di questa trasformazione che il cuore dell’uomo, da “insanabilmente maligno”, può cambiare e diventare per azione di Dio:
  •     “volenteroso” (Esodo 35:5, 22, 29);
  •     “retto” (Salmo 119:7; Giobbe 1:1);
  •     “onesto e buono” (Luca 8:15);
  •     “puro” (Salmo 24:4; Matteo 5:8; 2 Timoteo 2:22);
  •     “giusto” (Proverbi 15:28; Matteo 1:19; 6:20; Luca 2:25; 23:50);
  •     “sincero” (Giosuè 14:7; Ebrei 10:22);
  •     “saggio e intelligente” (1 Re 3:9,12; Salmo 90:12; Proverbi 14:33a);
  •     “integro” (2 Re 20:3; 1 Cronache 28:9; 29:19; 2 Cronache 16:9);
  •     “ben disposto” (2 Cronache 29:31; 51 57:7);
  •     “fedele” (Neemia 9:8; Daniele 6:4);
  •     “generoso” (Salmo 54:6);
  •     “saldo e fiducioso” (Salmo 112:7; Ebrei 13:9);
  •     “tenace” (Salmo 112:8);
  •     “ardente” (Luca 24:32);
  •     “ubbidiente” (Romani 6:17);
  •     “credente” (Romani 10:9-10);
  •     “semplice” (Colossesi 3:22); ecc...
Questi sono alcuni aspetti della personalità di un cuore rinnovato.
Dunque la Bibbia non parla del cuore dell’uomo esclusivamente in termini negativi, ma offre una panoramica ben più ampia al riguardo.
Anche se il cuore dell’uomo è portato al male a causa del peccato, il cuore del credente è stato rinnovato dall’opera di Cristo. Infatti, se il cuore dell’uomo avesse di mira solo cose malvagie, come potrebbe il Signore fare la seguente affermazione?
“Trova la tua gioia nel Signore, ed Egli appagherà i desideri del tuo cuore” (Salmo 37:4).

E’ chiaro che la condizione indispensabile è porsi prima in relazione intima con Dio, in modo di “trovare gioia” in Lui, lasciarsi consigliare da Lui (Salmo 16:7) e mantenere nel nostro cuore la Sua legge (Salmo 40:8) e solo dopo Egli interverrà nella nostra vita, appagando i desideri purificati del nostro cuore.
Il credente ha dunque un cuore nuovo (perciò il suo cuore non è più “insanabilmente maligno”), ma ciò non toglie che esso non venga costantemente tenuto sotto osservazione, perché “la Parola di Dio… giudica i sentimenti e i pensieri del cuore” (Ebrei 4:12).
Ecco perché siamo esortati a custodirlo con attenzione.
Le passioni e i forti sentimenti scaturiscono dal cuore e perciò siamo tenuti a vigilare su di esso: “Custodisci il tuo cuore più di ogni altra cosa, poiché da esso provengono le sorgenti della vita” (Proverbi 4:23).

Emozioni o sentimenti?

emozioni
Quando parliamo di emozioni vogliamo significare un turbamento più o meno vivo dell’animo. Le emozioni hanno un’infinità di sfumature, adattandosi ai fenomeni più disparati che agiscono sull’animo umano.
Una delle emozioni più conosciute è la paura.
Essa è stata la prima emozione che ha colpito l’uomo subito dopo il peccato. “Dio il Signore chiamò l’uomo e gli disse: «Dove sei?» Egli rispose: «Ho udito la Tua voce nel giardino e ho avuto paura, perché ero nudo, e mi sono nascosto»” (Genesi 3:9-10).
Un sentimento, invece, è una sensazione interiore profonda e duratura, che può essere positiva o negativa, che coinvolge la sfera emotiva, affettiva o passionale.
Un sentimento può essere o meno manifestato agli altri. Un sentimento positivo è l’amore, mentre uno negativo è il rancore.
Rispetto alle emozioni, che generalmente sono immediate e improvvise, i sentimenti possono essere più facilmente gestibili, perché durano nel tempo e perciò si possono coltivare, maturare, modificare.

Ambiguità delle emozioni


Ogni essere umano ha una vita emotiva. Le emozioni occupano una parte considerevole della vita umana, ma possono creare anche dei problemi.
Facciamo un esempio.
La paura ha una doppia valenza: può essere negativa, ma può anche essere positiva.
Quando è negativa? 
Quando essa ci blocca, impedendoci di mettere a frutto le nostre capacità e i nostri doni. Quando non ci permette di affrontare determinate situazioni. Quando ci lega ad esperienze negative del passato che condizionano anche quelle presenti e future.
Quando invece la paura è positiva?
Quando ci impedisce di mettere a repentaglio la nostra vita, impedendoci di fare delle sciocchezze, come andare a trecento all’ora sull’autostrada o a camminare sul ciglio di un precipizio saltellando su una gamba sola. In questo caso la paura è positiva quando è in relazione con il nostro istinto di conservazione e di sopravvivenza.
Tuttavia, le emozioni sono spesso inaffidabili.
Quando la fede si basa sull’emotività, per esempio, è una fede a rischio, perché i suoi fondamenti sono effimeri e con scarsa sostanza.
Nella vita cristiana non c’è niente che possa sostituire lo studio diligente e sistematico della Scrittura per crescere con equilibrio nella nostra relazione con Dio. Le emozioni sono importanti, ma non possono costituire la norma per il nostro cammino spirituale.
La fede ha bisogno di sostanza e questa sostanza la si trova nella Parola di Dio e non nelle montagne russe delle nostre emozioni.
Con questo non voglio negare l’importanza della nostra vita emotiva, ma desidero porre l’accento sull’equilibrio che la Scrittura può dare all’emotività del credente.

Il credente non è un robot

Quando si parla del controllo delle emozioni a volte si pensa più alla loro repressione che alla loro gestione (questo si evince anche dalla lettera).
A mio avviso, ciò è sbagliato.
Poco sopra ho infatti parlato di equilibrio, non di repressione. Se da una parte il credente deve imparare a non fidarsi troppo delle sue emozioni, dall’altra non si può nemmeno pretendere di sopprimere ogni aspetto della sua vita emotiva.
Il credente è una “nuova creatura”, ma ciò non significa che sia diventato un robot, cioè un’arida e sterile macchina che non è più in grado di commuoversi di fronte ad un tramonto o di gioire con emozione nell’ascoltare un brano musicale particolarmente coinvolgente.
Ognuno di noi, interiormente, è il risultato di una complessa serie di elementi.
Ognuno di noi ha un suo temperamento, una sua personalità, una sua sensibilità.
Ognuno di noi ha modi diversi per esprimere gioia, affetto, dolore.
Nelle relazioni interpersonali dobbiamo tenere conto di queste variabili.
Pretendere che dalla conversione in poi si debba diventare una sorta di creature senza emozioni o con sentimenti standardizzati, cioè tutti uguali, fatti in serie, è una totale storpiatura di ciò che la Bibbia dice al riguardo. Addirittura, l’apostolo Paolo ci esorta a simpatizzare con le emozioni altrui, per manifestare una piena solidarietà fraterna: “Rallegratevi con quelli che sono allegri; piangete con quelli che piangono” (Romani 12:15).
La soppressione delle emozioni non è un insegnamento biblico, ma era un ideale filosofico già presente nel III sec. a.C. con la scuola Cinica e Stoica. I Cinici e gli Stoici insegnavano infatti l’apatia e l’atarassia come ideale di vita. Questi concetti costituivano il loro ideale morale.
Apatia significa propriamente insensibilità, e secondo gli Stoici l’uomo doveva raggiungere l’indifferenza verso tutte le emozioni e il disprezzo di esse.
Anche l’atarassia aveva come scopo l’imperturbabilità o la serenità dell’anima derivante dal dominio sulle passioni o dall’estirpazione di esse.
E’ vero che la Bibbia ci chiama a controllare i nostri impulsi carnali, poiché “quelli che sono di Cristo hanno crocifisso la carne con le sue passioni e i suoi desideri” (Galati 5:24). Però non dobbiamo far dire alla Bibbia ciò che in realtà non dice. In quel contesto, infatti, non si sta parlando di passioni in senso generale (se così fosse, non dovremmo neanche appassionarci allo studio della Bibbia!), ma di quelle passioni peccaminose che ci allontanano dalla via di Dio.
Sono queste le passioni che il credente ha crocifisso, non la sua capacità di entusiasmarsi, di emozionarsi o di provare forti sentimenti per la persona amata.
Le passioni peccaminose della carne sono quelle che inducono a compiere le opere descritte in Galati 5:19-21: “fornicazione, impurità., dissolutezza, idolatria, stregoneria, inimicizie, discordia, gelosia, ire, contese, divisioni, sètte, invidie, ubriachezze, orge”. Tutto ciò non ha nulla a che vedere con le sane passioni che anche un credente può provare nei confronti di qualcosa che lo colpisce nel profondo, a livello spirituale, affettivo o emotivo.
E’, per esempio, la passione per l’Evangelo che ancora oggi motiva uomini e donne di Dio a intraprendere grandi opere per il regno dei cieli.
E’ la passione per le anime che spinge uomini e donne sulla via missionaria.
La Storia ci testimonia che solo chi si è votato anima e corpo alla causa in cui credeva, è riuscito a fare grandi cose.
Non voglio sembrare una persona romantica ed idealista, ma credo che il regno di Dio chiami uomini e donne che sappiano provare delle grandi passioni e che sappiano fare delle grandi rinunce. Solo chi è mosso da una grande passione può dire, come l’apostolo Paolo: “Non faccio nessun conto della mia vita, come se mi fosse preziosa, pur di condurre a termine con gioia la mia corsa e il servizio affida torni dal Signore Gesù, cioè di testimoniare del Vangelo della grazia di Dio” (Atti 20:24).
La passione che può animare un credente può essere una grande risorsa quando è orientata verso un fine secondo la volontà di Dio, ma è un pericolo quando si trasforma in un veicolo che porta a qualche forma di idolatria, come per esempio una passione esagerata per le cose di questo mondo.
La Parola ci mette in guardia proprio nei confronti di questo aspetto, quando dice: “Ogni cosa mi è lecita, ma non ogni cosa è utile. Ogni cosa mi è lecita, ma io non mi lascerò dominare da nulla” (1 Corinzi 6:12).

Le emozioni di Gesù


Il Signore Gesù, attraverso la Sua vita terrena, ci dà un ottimo insegnamento sulle emozioni e sui sentimenti.
Nella rivelazione biblica non possiamo considerare soltanto il Gesù-Dio, prescindendo dal Gesù-uomo. La coesistenza in Cristo della natura umana e di quella divina è infatti un aspetto fondamentale per il nostro rapporto con Dio, perché Dio ha scelto quel modo per avvicinarsi all’uomo, entrando nella Storia, e ha permesso così all’uomo di entrare in contatto con il Dio fattosi carne.
Perciò, gettare uno sguardo sulla vita emotiva del Signore Gesù ci aiuta a sentire Dio ancora più vicino all’uomo. Ci aiuta a capire quanto Dio — in Cristo — si sia identificato con gli uomini, in modo che “non abbiamo un Sommo Sacerdote che non possa simpatizzare con noi nelle nostre debolezze, poiché Egli è stato tentato come noi in ogni cosa, senza commettere peccato” (Ebrei 4:15).
Infatti, dalla Scrittura vediamo che Gesù provò una vasta gamma di emozioni. Tuttavia non ci è dato di sapere fino a che punto la Sua natura divina influenzò la gestione di quelle emozioni della Sua natura umana, così da non farle mai diventare peccaminose. Questo è infatti un soggetto che ha sempre suscitato accesi dibattiti teologici.
Egli manifestò:
  •   la compassione (Matteo 9:36; 14:14);
  •   la pietà (Matteo 15:32; Marco 1:41; Luca 7:13);
  •   l’amore (Marco 10:21; Giovanni 15:9, 12; 11:5, 36); 
  •   l’indignazione (Marco 10:14; 3:5a);
  •   la tristezza (Marco 3:5b; Matteo 26:37; Giovanni 11:35);
  •   il turbamento (Giovanni 11:33,38); 
  •   lo spavento (Marco 14:33);   l’angoscia (Matteo 26:38; Marco 14:33-34; Luca 22:44).
In tutte queste emozioni, però, Gesù non travalicò mai il limite del peccato. Egli seppe gestirle contemplando il Padre e ubbidendo alla Sua Volontà. Il Suo agire ci insegna a fare altrettanto. Non possiamo impedire alle emozioni di agitarci, ma dobbiamo imparare a controllarle per impedire che ci facciano cadere nel peccato o che blocchino quelle risorse che potremmo invece investire per il regno di Dio.
 L’opera di rinnovamento, prodotta dallo Spirito Santo in noi, deve manifestarsi nel controllo al quale sottoponiamo le nostre emozioni e nell’equilibrio fra le indicazioni generali della volontà di Dio e quelle personali, che mai devono essere in disaccordo fra di loro.


Gestire le emozioni

In senso generale, ogni individuo cerca di gestire le sue emozioni in base al suo vissuto personale e a seconda di come nel passato certe emozioni l’hanno fatto soffrire o meno. Per esempio, chi ha subito certi traumi continuati nell’infanzia a causa di un genitore irascibile e violento, anche nella vita adulta potrebbe avere difficoltà a relazionarsi con chi alza la voce facilmente.
La paura di rivivere certe esperienze negative del passato può infatti influenzare una giusta e obiettiva percezione del presente. Le emozioni, però, non possono essere soppresse.
Non si deve pensare di arrivare all’abulia e all’atarassia dei filosofi Stoici.
Il problema non è dunque quello di sopprimere le proprie emozioni, ma di gestirle e
incanalarle verso qualcosa di costruttivo. Per un credente, il modo migliore per gestire le sue emozioni è quello di comprendere pienamente l’opera di trasformazione e di rigenerazione dello Spirito Santo.
E’ importante avere molto chiari in mente i seguenti concetti biblici:
“Se perseverate nella Mia Parola, siete veramente Miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi (...) Se dunque il Figlio vi farà liberi, sarete veramente liberi” (Giovanni 8:31-32, 36).
La predicazione e lo studio della Parola di Dio costituiscono il fondamento di una vera libertà interiore, perché in Essa ci viene presentata la causa delle nostre paure e dei nostri fallimenti (il peccato) e ci viene offerta la soluzione. Oltre a ciò, la Scrittura ci presenta il carattere di Dio e i termini della nostra relazione con Lui. Questo ci fa comprendere il valore del rapporto personale che possiamo stabilire con Lui, che è tutt’altra cosa che professare una sterile religione. La Bibbia parla ampiamente anche dell’Amore di Dio per l’uomo e del Suo desiderio di liberarlo dalla condizione di schiavitù (spirituale, emotiva e intellettuale) in cui il peccato lo vuole tenere prigioniero.

“Se dunque uno è in Cristo, egli è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate: ecco, son diventate nuove” (2 Corinzi 5:17).

Questa è un’affermazione molto profonda, che ci presenta la più grande possibilità della nostra vita: ricominciare daccapo!
Ciò significa che Cristo ci offre di ricostruire la nostra identità interiore. A livello spirituale la “nuova nascita” ha effetto immediato; da quando ci ravvediamo e chiediamo perdono al Signore, diventiamo infatti spiritualmente “nuove creature”, cioè “figli di Dio”. La nostra identità spirituale davanti a Dio viene reintegrata in un attimo.
A livello psicologico-emotivo, invece, il processo può essere più lungo. La nostra identità psichica ha bisogno di più tempo per essere “riprogrammata” dall’azione dello Spirito.
“Nell’amore non c’è paura; anzi, l’amore perfetto caccia via la paura (...) In questo è l’amore: che camminiamo secondo i Suoi comandamenti” (1 Giovanni 4:18; 2 Giovanni 6).
Essere certi dell’amore di Dio verso di noi, indipendentemente dalle circostanze in cui veniamo a trovarci, ci aiuta ad affrontare i momenti di scoraggiamento e di paura. Nello stesso modo, se ci impegniamo a coltivare il nostro amore per il Signore e cresciamo nella relazione “affettiva” con Lui, mediante l’osservanza della Sua Parola, allora anche le nostre emozioni vengono sostenute dalla pace che il Signore ci mette nel cuore. 
“Voi moriste e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio” (Colossesi 3:3).
La consapevolezza di questa realtà spirituale, cioè che la nostra vita è “nascosta” con Cristo in Dio (cioè protetta nel luogo più sicuro che esista) e che niente e nessuno ci può rapire dalla Sua mano (Giovanni 10:28), ci dà grande consolazione e sicurezza interiore. Ciò ci permette di affrontare e gestire le nostre emozioni negative (paura, scoramento, ansia, colpa, ecc.) con una prospettiva diversa: la prospettiva celeste.

L’amore: un sentimento per crescere


L’amore è uno di quei sentimenti che si arricchisce anche di mille emozioni.
Quando si è innamorati non si capisce più nulla e tutto ci appare diverso. Ci sentiamo invasi da piacevoli sensazioni e dal desiderio di stare sempre con la persona amata.
A volte c’è qualcosa di inspiegabile nell’innamoramento: può capitare infatti di innamorarci di una persona che, a livello razionale, non presenta alcunché di attraente. Eppure, senza sapere perché, ne veniamo attratti.
Questa è una fase delicata, perché bisognerebbe non lasciarsi trascinare dalle ondate di emozioni che si provano. L’innamoramento, molte volte, è infatti un subire queste emozioni, piuttosto che la loro gestione attraverso un sentimento amoroso più maturo.
Molti giovani che si trovano in questa situazione chiedono: “Come faccio a sapere se è la persona giusta per me?”
In questa fase è molto importante imparare a gestire questi forti sentimenti, per non lasciarsi travolgere dalle emozioni connesse e prendere decisioni affrettate.
Non voglio assolutamente negare l’importanza ed il valore dei sentimenti. Secondo me, innamorarsi è una delle più belle e significative esperienze per un individuo. Tuttavia è saggio, soprattutto per i giovani, consigliarsi con qualcuno più maturo nella fede e nella vita, prima di fare delle scelte incaute.
Troppo spesso ci scontriamo con dei veri e propri drammi familiari, dove giovani sposi si separano dopo poco tempo per la loro presunta incompatibilità.
Può darsi che in quei casi i forti sentimenti abbiano offuscato certi altri aspetti più importanti per una relazione sentimentale.
Il dialogo, la compatibilità reciproca, gli interessi comuni, la fede, la visione della vita, le aspettative, gli ideali, i valori, sono tutti aspetti che hanno un grande peso in un rapporto tra due persone. Lasciare eccessivo spazio alle emozioni e ai sentimenti potrebbe impedire una crescita equilibrata della relazione. Non è sempre vero, infatti, che l’amore coprirà tutte le lacune tra due persone.
Ecco dunque l’importanza di coltivare e far crescere l’amore, per farlo diventare un sentimento maturo e duraturo. Esso diventa tale quando segue il modello biblico. L’amore, infatti, non è passività, ma è qualcosa di straordinariamente attivo.
Il passo biblico per eccellenza al riguardo è 1 Corinzi 13:4-7: “L’amore è paziente, è benevolo; l’amore non invidia; l’amore non si vanta, non si gonfia, non si comporta in modo sconveniente, non cerca il proprio interesse, non si inasprisce, non addebita il male, non gode dell’ingiustizia, ma gioisce con la verità; soffre ogni cosa, crede ogni cosa, spera ogni cosa, sopporta ogni cosa”. Come si può vedere, ogni caratteristica del vero amore esprime qualcosa di attivo. Ci vuole infatti un atto della volontà per non invidiare, per non inasprirsi, per sopportare, ecc. L’amore è dunque un sentimento bellissimo, un sentimento che ci fa volare tra le nuvole, ma deve essere educato per crescere e dare il meglio di sé.

Ragione, volontà e sentimento


L’essere umano è costituito sia da emotività che da razionalità. Cuore e cervello. Platone parlava di una biga trainata da due cavalli che vogliono andare in due direzioni diverse. Se a entrambi i cavalli si consente di fare ciò che vogliono, la biga si sfascerebbe in un momento. E’ perciò compito di chi la guida far sì che i cavalli seguano i suoi comandi, in modo da arrivare alla giusta destinazione. Questa immagine presa in prestito dalla filosofia ci permette di capire un fatto: entrambi i cavalli hanno una loro specifica potenzialità, ma se non vengono guidati nella stessa direzione, tutta la loro forza è inutile. Così è per i sentimenti: essi hanno un gran valore, ma il Signore ci chiama ad esercitare l’autocontrollo, poiché “chi ha autocontrollo vale più di chi espugna città” (Proverbi 16:32).
L’ardore del sentimento, associato ad una volontà esercitata dalla ragione, invece di essere una contraddizione diventa un potenziale enorme per un credente.
La potenza dei sentimenti e la guida del discernimento, uniti in equilibrio dalla saggezza della Parola. Sia il cuore che il cervello al servizio di Dio!
Gesù ordina di amare Dio “con tutto il tuo cuore, con tutta l’anima tua, con tutta la mente tuo, e con tutta la forza tua” (Marco 12:30). Se noi amassimo Dio solo col cuore, il nostro sarebbe un amore emotivo. Se l’amassimo solo con la mente, sarebbe un amore sterile e accademico. Cuore e mente uniti rappresentano invece l’insieme della nostra interiorità. Anche l’apostolo Paolo esprime un concetto analogo riguardo la preghiera e la lode: “pregherò con lo spirito, ma pregherò anche con l’intelligenza; salmeggerò con lo spirito, ma salmeggerò anche con l’intelligenza” (1 Corinzi 14:15).

Sentimenti e volontà di Dio

Uno degli ambiti in cui i sentimenti giocano spesso un ruolo determinante è nella ricerca della volontà di Dio per la nostra vita. Sappiamo che c’è una volontà generale di Dio (espressa dalla Bibbia), che riguarda tutti i credenti: santificazione, evangelizzazione, preghiera, crescita, ecc. Oltre a questa, c’è poi una volontà personale, che riguarda solo l’individuo: scelta del partner, lavoro, spostamenti, ecc. La prima è facile da capire, mentre la seconda presenta qualche difficoltà in più. Anche in questo caso, bisogna imparare a non lasciarsi fuorviare dai sentimenti.

“Confida nel Signore con tutto il cuore e non ti appoggiare sul tuo discernimento... Non ti stimare saggio da te stesso” (Proverbi 3:5,7).

Spesso capita che decidiamo di fare una determinata scelta perché “sentiamo” che quella è la volontà di Dio. Credo che questo modo di procedere, se si limita a ciò che “sentiamo”, non sia biblico. Infatti, se noi facessimo solo ciò che ci sentiamo di fare, molto presto le nostre attività diminuirebbero drasticamente. Quante volte abbiamo fatto delle scelte avventate solo perché ci siamo auto-convinti che era la volontà di Dio, mentre invece stavamo solo seguendo i nostri desideri? Quante volte abbiamo interpretato qualche piccolo segnale — magari molto aleatorio e ambiguo, che poteva venire interpretato in mille modi diversi — come una conferma di Dio ai nostri progetti?
Dobbiamo fare attenzione ai sentimenti.
Dobbiamo sottoporre le nostre scelte al vaglio della Scrittura e affidarci ai criteri biblici.
In ogni scelta personale ci sono infatti degli elementi soggettivi (la nostra volontà, i nostri pensieri, i nostri sentimenti, i nostri desideri) e degli elementi oggettivi (la Parola di Dio, le circostanze in cui ci troviamo, le conseguenze di una scelta, ecc.). Nelle nostre scelte di credenti, non possiamo andare “dove ci porta il cuore”, ma gli elementi soggettivi devono essere confermati da quelli oggettivi. Potremmo indicare una procedura biblica per le scelte personali. Di fronte a qualunque scelta dovremmo prima di tutto analizzare le motivazioni del nostro cuore. 
Chiediamoci: “Perché desidero fare questo o quest’altro? Quali sono i veri motivi che mi spingono a fare questa scelta piuttosto che un’altra?” Dobbiamo essere onesti con noi stessi e con Dio.
Per avere una giusta percezione delle motivazioni del nostro cuore, dobbiamo verificare quali sono le nostre condizioni spirituali. 
Chiediamoci: “Quanto tempo dedico alla preghiera? E alla lettura della Bibbia? Quanto curo la mia relazione con Dio?”
Dobbiamo poi verificare se siamo disposti ad accettare la volontà di Dio nelle nostre scelte personali. A volte dobbiamo imparare a fare delle cose che non ci piacciono (cfr. le parole di Gesù a Pietro in Giovanni 21:18).  Dio si rivela progressivamente anche sulla base di come gli rispondiamo (Luca 16:10,11).
In Romani 12:2 leggiamo che possiamo comprendere la volontà di Dio “per esperienza”, cioè camminando con Lui e mettendo in pratica i Suoi insegnamenti. Non possiamo pretendere di capire la volontà particolare di Dio se non stiamo vicini a Lui. Dobbiamo camminare in modo intelligente, chiedendo al Signore la saggezza (Giacomo 1:5-8) e in modo spirituale (Galati 5:16).
Dobbiamo porci delle domande specifiche, riguardo a una determinata scelta o decisione.
“E lecito? Mi è utile? (1 Corinzi 6:12; 10:23,24). Mi rende schiavo? Dove mi porterà questa scelta? E’ in accordo con la signoria di Cristo nella mia vita? E’ di aiuto ad altri? E’ in armonia con gli esempi biblici? E’ una scelta che glorifica Dio?”
Ricordiamoci che la nostra priorità di credenti è quella di onorare e glorificare Dio con la nostra vita.
Infine, dobbiamo maturare un atteggiamento di pazienza (Salmo 37:7-8; Isaia 8:17). Non dobbiamo essere precipitosi né lasciarci schiacciare dalle nostre ansie. Anche se in certe circostanze può essere difficile, dobbiamo imparare ad aver sempre fiducia in Dio.

Conclusione

Dio ci ha creati in modo ricco e stupendo, perciò i sentimenti e le emozioni sono una componente molto importante di ogni essere umano. Non si possono e non si devono reprimere, perché rischieremmo di diventare degli individui aridi. Anche le passioni sono una forte motivazione all’agire, quasi una spinta che ci porta a fare delle cose che normalmente non faremmo, mettendo in gioco notevoli risorse. Tuttavia, le emozioni e i sentimenti da soli potrebbero diventare pericolosi, se non sono guidati dalla ragione e dalla volontà. Quest’ultima può essere fortificata grazie all’autocontrollo datoci dallo Spirito Santo (uno degli aspetti del frutto dello Spirito è proprio questo, Galati 5:22).

“La mia bocca dirà parole sagge, il mio cuore mediterà pensieri intelligenti” (Salmo 49:3).

Nella vita di fede dobbiamo basarci sulla verità biblica e non sull’altalena delle nostre emozioni e dei nostri sentimenti. Il fondamento della nostra crescita cristiana è la Parola di Dio, non le eventuali esperienze emotive che possiamo fare. Una fede che si nutre di emotività è una fede debole che ha continuamente bisogno di nuovi stimoli, mentre invece una fede che si ciba della Parola del Signore è una fede stabile, perché le parole di Cristo non passeranno (Matteo 24:35).
Nella vita di relazione occorre imparare a gestire i sentimenti e non a lasciarci guidare da essi. Li possiamo vivere con un “ardore equilibrato”, valutandone le giuste priorità e orientandoli verso la costruzione di sane relazioni sociali, per una testimonianza concreta e coerente. Nelle scelte essi costituiscono un elemento soggettivo valido solo se si accorda con gli elementi oggettivi che li possono confermare o meno. Il nostro cuore deve dunque essere continuamente trasformato dallo Spirito e motivato dal desiderio di piacere al Signore, così che i nostri sentimenti siano resi puri e coerenti con il nostro stato di nuove creature. In quel caso potrebbe valere anche per noi la seguente preghiera: “Ti dia Egli quel che il tuo cuore desidera, faccia riuscire ogni tuo progetto” (Salmo 20:4).



"Vestitevi, dunque, come eletti di Dio, santi e amati, di sentimenti di misericordia, di benevolenza, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza."
(Colossesi 3:12)


Liberamente adattato da internet

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