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sabato 12 aprile 2014

Volontari per la sofferenza?

 

L'impegno del discepolato

Il Signore e Salvatore Gesù Cristo è il dono d'amore che Dio fa all'umanità affinché diventando ciascuno di noi Suoi discepoli e ricevendo i benefici della Sua Persona ed opera, noi si possa vederci ristabilita la perduta dignità di creature fatte ad immagine e somiglianza di Dio.
Questo obiettivo, naturalmente, non si realizza completamente e subito: la vita cristiana al seguito del Signore Gesù è un cammino che si percorre gradualmente e con diligenza, un cammino sicuro si, ma tutt'altro che facile. Molti, soprattutto oggi, hanno fretta: vorrebbero vedere realizzate subito e senza fatica tutte le loro aspettative e promesse. L'impegno costante e diligente per un lungo periodo di tempo è per loro intollerabile. Non sono disposti ad accettare la sofferenza e la scomodità di dover fare sacrifici per arrivare all'obiettivo prefissato.
E' un po' come quando partiamo per le vacanze, e dobbiamo viaggiare in auto per lunghe ore. Quante volte i bambini, costretti, è vero, nel sedile posteriore ci innervosiscono con quei loro: "...e quando arriviamo? Quando arriviamo? Quanto tempo c'è ancora da viaggiare?", chiedendocelo magari già dopo la prima mezz'ora di viaggio! La pazienza e il sacrificio non è il forte dei bambini, e forse neanche di tanti adulti.
Qualunque impresa che si voglia intraprendere richiede infatti impegno, sforzo, fatica e noi siamo persone di solito molto pigre che amano cose comode. Facilmente, però, non si otterrà mai nulla di veramente valido e duraturo.
L'apostolo Paolo, nella lettera ai Romani, al capitolo 8, dopo aver parlato delle benedizioni disponibili in Cristo, fa il seguente sorprendente discorso:
"E se siamo figli, siamo anche eredi, eredi di Dio e coeredi di Cristo, se pure soffriamo con lui per essere anche con lui glorificati. 18Io ritengo infatti che le sofferenze del tempo presente non siano affatto da eguagliarsi alla gloria che sarà manifestata in noi. 19Infatti il desiderio intenso della creazione aspetta con bramosia la manifestazione dei figli di Dio.... 23E non solo esso, ma anche noi stessi che abbiamo le primizie dello Spirito; noi stessi, dico, soffriamo in noi stessi, aspettando intensamente l'adozione, la redenzione del nostro corpo. 24Perché noi siamo stati salvati in speranza; ora la speranza che si vede non è speranza, poiché ciò che uno vede, come può sperarlo ancora? 25Ma se aspettiamo ciò che non vediamo, l'aspettiamo con pazienza. ...28Ora noi sappiamo che tutte le cose cooperano al bene per coloro che amano Dio, i quali sono chiamati secondo il suo proponimento. 29Poiché quelli che egli ha preconosciuti, li ha anche predestinati ad essere conformi all'immagine del suo Figlio, affinché egli sia il primogenito fra molti fratelli. 30E quelli che ha predestinati, li ha pure chiamati; quelli che ha chiamati, li ha pure giustificati, e quelli che ha giustificati, li ha pure glorificati".

Pronti a soffrire?

Nel testo della lettera ai Romani che abbiamo letto, Paolo descrive la vita cristiana come un cammino fatto anche di sacrificio e di sofferenza. Proprio quando parla delle benedizioni che i figli di Dio ricevono, egli introduce il tema della sofferenza: "E se siamo figli, siamo anche eredi, eredi di Dio e coeredi di Cristo, se pure soffriamo con lui per essere anche con lui glorificati"(Ro. 8:17).
Certo come figli di Dio, noi attendiamo con fiducia di ricevere una gloriosa eredità dal nostro Padre celeste. Siamo coeredi con Cristo, e siamo chiamati a condividere con Lui le meravigliose ricchezze della Sua dignità. Siamo però anche eredi delle Sue sofferenze, per soffrire come Cristo ha sofferto!
Non è forse un colpo basso quello che Paolo qui pare darci? Fin ora abbiamo impostato la nostra serie di riflessioni su una dignità da riconquistare, non sulla sofferenza... Abbiamo visto come si sono sviluppati i progetti di Dio per liberare il Suo popolo dalla miseria verso il pieno ristabilimento come Sue gloriose immagini. Abbiamo imparato molto da personaggi come Adamo, Noè, Abrahamo, Mosè, Davide.
Il discorso non sarebbe però completo ed onesto se ora la Bibbia non ci dicesse che i cristiani pure ereditano le sofferenze di Gesù. Che cos'ha a che fare la sofferenza con i piani di Dio per ristabilirci alla nostra dignità perduta? Come si concilia tutto questo con quanto abbiamo detto?

Una necessità

Per quanto misterioso questo possa sembrare, Dio ha stabilito che la sofferenza fosse una componente del nostro cammino verso la dignità perduta. Notate come l'apostolo lo dica chiaramente: "se pure soffriamo con lui per essere anche con lui glorificati". In breve: non potremo godere della gloria di Cristo senza partecipare alle Sue sofferenze.
Per comprendere il ruolo che le avversità e le sofferenze hanno nella vita cristiana dobbiamo chiarire a quali sofferenze l'Apostolo stava pensando quando faceva questo discorso. I credenti possono infatti trovarsi in difficoltà per molte ragioni. Possiamo distinguere almeno tre tipi di sofferenza:
1) Viviamo in un mondo corrotto. In primo luogo la nostra vita è crivellata da difficoltà semplicemente perché viviamo in un mondo decaduto e corrotto. Il cristiano è una persona che è stata riscattata dalle conseguenze eterne del peccato e, per grazia di Dio, sta riparando oggi la sua vita da molti mali. Dio però non toglie il cristiano dal mondo per portarlo immediatamente in paradiso. Rimanendo quaggiù, vivendo nel contesto di questo sistema di cose, continuiamo ad essere soggetti alle conseguenze della maledizione a cui Dio ha sottoposto il mondo dopo il peccato di Adamo ed Eva (Ge. 3:16-19). Se Cristo ci dovesse liberare dai condizionamenti negativi di questo mondo sulla nostra vita, dovrebbe subito portarci via di qui. Gesù però ha detto: "Io non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che tu li preservi dal maligno"(Gv. 17:15). Cristo non ci ha liberato completamente dai guai che ci sono stati causati dai nostri progenitori.
I credenti rimangono anch'essi sottoposti a molte delle difficoltà comuni alla razza umana. Siamo anche noi vittima di ingiustizie; dobbiamo affrontare le devastazioni della guerra; soffriamo a causa di disastri naturali; diventiamo malati e moriamo. Questo tipo di problemi non ci sopraggiungono perché noi si abbia personalmente disubbidito a Dio, ma li dobbiamo affrontare proprio perché viviamo in un mondo maledetto dal peccato di Adamo.
2) Le conseguenze del nostro malfare. In secondo luogo, i credenti pur avendo ricevuto in sé stessi un principio di nuova vita, rimangono persone con molte contraddizioni. Lungi dall'essere perfetti, commettono errori, e devono oggi pagare per le conseguenze di loro eventuali scelte sbagliate. Come tutti anche i credenti possono soffrire come diretto risultato della loro propria ingiustizia. Violare lo standard morale stabilito da Dio comporta sempre delle conseguenze negative: è una legge ineluttabile. L'adulterio porta al divorzio; rubare porta al carcere, e questi non sono che esempi macroscopici. Possiamo causare squilibrio al nostro corpo se ne abusiamo, possiamo causare problemi alla nostra famiglia o alla nostra società quando non ci comportiamo come dovremmo. Soffriamo questo tipo di problemi perché sono conseguenza della nostra disubbidienza al Signore.
Oltre tutto i nostri peccati suscitano contro di noi una salutare azione disciplinare da parte di Dio. Egli permette che i suoi figli erranti subiscano delle avversità per farli ritornare sul sentiero della giustizia (Eb. 12:10). In entrambi i casi, sono i nostri personali peccati a farci soffrire.
3) L'avversione del mondo. Già queste cose rendono difficile la vita, ma Paolo non pensa tanto a questo quando dice: "soffriamo con lui per essere anche con lui glorificati". Egli pensa ad un terzo tipo di sofferenza, 
problemi che Dio non ha taciuto esisteranno per i seguaci di Cristo. Facciamo l'esperienza delle difficoltà perché Dio ci ha chiamato a soffrire. Chiamati a soffrire, soffrire "apposta"? Si, soffrire per la causa dell'Evangelo al quale abbiamo dedicato tutta la nostra vita.

Chiamati alla sofferenza

Ogni cristiano è stato chiamato a soffrire almeno in due modi. Da un canto condividiamo le sofferenze di Cristo perché la nostra devozione verso di Lui, la nostra coerenza con la volontà del Signore il mondo non la tollera.
Il cristiano coerente fa immancabilmente esperienza di opposizione da parte del mondo. Gesù è chiaro su questo punto: "Se il mondo vi odia, sappiate che ha odiato me prima di voi" (Gv. 15:18), e ancora: "Io ho dato loro la tua parola e il mondo li ha odiati, perché non sono del mondo, come neppure io sono del mondo"(Gv. 17:14). Si, il cristiano sta dalla parte di Colui che il mondo di tenebre odia. Di conseguenza, i non credenti lo perseguitano come hanno perseguitato lui.
La storia riporta quanto innumerevoli cristiani abbiano dovuto sopportare terribili prove per mano di non credenti. Ancora oggi cristiani soffrono terribili persecuzioni in alcune parti del mondo. Certo l'influenza dell'Evangelo nel mondo allevia molte sofferenze, ma ancora si manifesta l'odio del mondo contro persone che Dio ha rigenerato e che intendono pensare e vivere secondo la volontà di Dio. Organizzazioni professionali li respingono. Vicini e membri della loro famiglia li escludono. Pensate quante volte un cristiano coerente con il Suo Signore viene deriso o considerato fanatico o settario e per questo additato ed emarginato dalla maggioranza compiacente e persino da altri cosiddetti cristiani o "gente religiosa". Non c'è peggiore settario di chi è sempre pronto ad additare l'uno o l'altro come settario!
Gesù ha detto: "Vi ho detto queste cose, affinché non siate scandalizzati. Vi espelleranno dalle sinagoghe; anzi, l'ora viene che chiunque vi ucciderà penserà di rendere un servizio a Dio. E vi faranno queste cose, perché non hanno conosciuto né il Padre né me" (Gv. 16:1-3). E ancora: "Ora voi sarete traditi anche dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici; e faranno morire alcuni di voi. E sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma neppure un capello del vostro capo perirà. Nella vostra perseveranza guadagnerete le anime vostre"(Lu. 21:16-19). In questi ed in molti altri modi, soffriamo per Cristo perché il mondo è deciso ad ostacolare l'avanzamento del regno di Dio.
Paolo ammoniva Timoteo che: "tutti quelli che vogliono vivere piamente in Cristo Gesù, saranno perseguitati" (2 Ti. 3:12). Queste parole ci dovrebbero fare ben riflettere. Se io e voi non abbiamo alcun problema di questo genere da parte del mondo, dovremmo seriamente mettere in questione l'autenticità della nostra professione di fede cristiana. Blaise Pascal ha detto: "E' dai segni delle sue sofferenze che Cristo ha voluto farsi riconoscere dai suoi discepoli, ed è per mezzo delle sofferenze che riconosce coloro che sono i suoi discepoli". Coloro che seguono la vocazione di cristo si pongono in rotta di collisione con i non credenti. Conflitto e persecuzione sono inevitabili.

La sofferenza del sacrificio

D'altro canto i cristiani soffrono perché Dio ci ha chiamati a dire no ai nostri propri desideri per adottare uno stile di vita impostato al sacrificio. Questo aspetto della vita cristiana diventa evidente in diversi brani del Nuovo Testamento. In 2 Co. 1:5 Paolo scrisse che "le sofferenze di Cristo abbondano in noi".
Umiliazione e servizio non erano riservati solo a Cristo, le sue sofferenze "traboccano" nell'esperienza della comunità cristiana. In modo simile, Paolo parla del suo ministero come di un'opportunità per "compiere nella sua carne" "ciò che manca ancora alle afflizioni di Cristo"(Cl. 1:24). Noi siamo chiamati ad essere, in un certo senso, il proseguimento delle sofferenze di Cristo seguendone i passi di servizio sacrificale.
Quando uomini e donne ripongono la loro fede in Cristo, Dio li associa in modo soprannaturale alla morte ed alla risurrezione di Cristo (Ro. 6:1-7). In effetti, quello che Gli è avvenuto duemila anni fa accade pure a noi. Noi "moriamo al peccato" (v. 2) e siamo fatti risorgere "in novità di vita"(v. 4). Vivendo però da questa parte della "staccionata", la nostra unione con Cristo pure comporta continuare in noi la Sua umiliazione in questo mondo. Cristo: "Non è venuto per essere servito, ma per servire" (Mr. 10:45). Cristo: "si è fatto povero per voi, affinché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà"(2 Co. 8:9). Egli ha trascurato il Suo proprio onore "per cercare e salvare ciò che era perduto"(Lu. 19:10). Egli "abbassò sé stesso, divenendo ubbidiente fino alla morte e alla morte di croce." (Fl. 2:8)
Vivere per Cristo significa vivere come Lui ha vissuto. Noi non siamo qui per essere serviti, ma per servire; il nostro scopo per vivere non è arraffare tutti i beni di questo mondo, ma quello di perderli per Lui.
In questa luce dovrebbe essere evidente che Dio non ci ha chiesto semplicemente di sopportare delle sofferenze per lui, ma si aspetta che noi le andiamo a cercare! In che modo Gesù ci dice questo? Così: "Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi sé stesso, prenda ogni giorno la sua croce e mi segua"(Lu. 9:23). Seguire Cristo significa andarseli a cercare i guai! Paolo esprimeva quel desiderio che dovrebbe pure essere nel nostro cuore in questi termini: "Voglio solo conoscere Cristo e la potenza della sua risurrezione. Voglio soffrire e morire in comunione con lui"(Fl. 3:10). I credenti non dovrebbero soffrire per Cristo cercandone il meno possibile di sofferenze, dovremmo anelare a condividere le Sue prove.
I volontari, per esempio, quelli della Croce Rossa che vanno in guerra, meritano tutto il nostro rispetto. Affrontano circostanze molto pericolose e spesso sacrificano la loro vita per gli altri. Dovremmo rendere onore al loro coraggio. Essi mettono da parte i loro interessi immediati e la loro sicurezza, rinnegano sé stessi e lasciano i propri cari per vivere e forse per morire per gli altri.
Se siamo onesti, la maggioranza dei cristiani vive come dei soldati di leva più che come volontari. Quando eventi al di là del nostro controllo ci costringono a fare dei sacrifici, ne sopportiamo il fardello il meglio che possiamo. Raramente però diciamo appositamente no ai nostri desideri per poter portare la croce di Cristo. Siamo troppo attaccati alla "vita pacifica" che annunciarci come volontari per la sofferenza. Come coeredi delle sofferenze di Cristo, però, dobbiamo mettere da parte i nostri obiettivi personali per servire il regno di Dio.
Naturalmente dobbiamo essere saggi amministratori di ciò che possediamo e del successo che Dio ci accorda in questo mondo. Però le persone il cui unico obiettivo è quello di accumulare proprietà e potere, non vivono come dovrebbero i veri seguaci di Cristo. Dio ci ha chiamato a condividere le sofferenze di Cristo.
Quanto Dio desidera che io e voi soffriamo per Cristo? Ogni persona lo deve decidere individualmente davanti al Signore. Dio chiama alcuni cristiani a sacrifici radicali: missioni all'estero, servizio dei poveri, e innumerevoli vocazioni di questo tipo implicano grandi sacrifici personali. Dio chiama altri cristiani a offrirsi volontari per la sofferenza in altri modi. Possiamo donare generosamente del nostro denaro per opere cristiane invece di tenerci ogni centesimo avanzato per noi stessi. Possiamo dare del nostro tempo per l'evangelizzazione ed il servizio, invece di riempire la nostra vita con i nostri propri progetti. Possiamo decidere di seguire una carriera professionale che onori Cristo, invece che una che onori soltanto noi stessi. Possiamo impegnarci duramente per ricostruire un matrimonio in crisi, piuttosto che cercare la comoda soluzione del divorzio. Possiamo aprire la nostra casa per coloro che sono nel bisogno, più che forse comprarci un'auto nuova. Possiamo visitare gli anziani ed i malati, invece di passare il nostro tempo a guardare la televisione o ad andare a spasso... Certo abbiamo le nostre "valide scusanti" per non farlo, ma come misuriamo noi il nostro sacrificio per Cristo? Le opportunità che potremmo avere sono infinite, basta cercarle.

Conclusione

Nel percorrere la strada che conduce al ristabilimento in Cristo della nostra dignità perduta di creature fatte ad immagine di Dio dovremmo tenere in debito conto la sofferenza e non solo come qualcosa purtroppo di inevitabile, ma come positivo strumento per contribuire al regno di Dio.
I credenti devono sopportare tutti i problemi che sono comuni all'umanità e pure le conseguenze del peccato. Più di questo, però, Dio ci chiama a soffrire volontariamente sopportando la persecuzione e sacrificando per Lui i nostri desideri. Con tutte queste vie di sofferenza davanti a noi, dovremmo farci la seria domanda: di quale tipo è il cristianesimo che io professo? Un cristianesimo formale e di comodo o quello che davvero significa seguire Cristo Gesù, in vita e in morte? Potrà anche non essere una prospettiva piacevole per qualcuno, ma soltanto il secondo ci potrà davvero salvare davanti a Dio.
Il cristiano deve essere pronto a tutto, perché c'è tutto da guadagnare e da perdere solo i nostri stracci nel seguire il Signore e Salvatore Gesù Cristo. Possiamo ripetere il detto che dice: Ne vale la pena! ed in questo caso è da intendersi letteralmente!

di Paolo Castellina


 Siamo corretti dal Signore, affinché non siamo condannati con il mondo” 
(I Cor 11:32)
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